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Sono stato tentato fino all'ultimo di intitolare il mio libro Non
ho mai scritto per Renato Zero perché mi hanno sempre affascinato
il suo modo sublime di essere artista, la straripante presenza scenica,
la capacità di selezionare le canzoni giuste, la grande umanità
e l'essere stato, ed essere ancora, un fenomeno che va oltre i brani
che interpreta.
Renato Fiacchini nacque a Roma, in Via Ripetta, nel 1950. Iniziò
a 14 anni la scalata a una carriera irripetibile sfidando i benpensanti
con i suoi travestitismi fuori dalle righe, ma - gutta cavat lapidem
- venne notato da Don Lurio e per un periodo fece parte dei "collettoni"
ragazzi che ballavano intorno a una Rita
Pavone agli esordi.
Passò attraverso esperienze teatrali e cinematografiche, ma solo
nei primi anni settanta riuscì - con la Rca - a planare.
Le sue paillettes, i lustrini, il trucco esagerato, furono sdoganati
dal grande successo di David
Bowie, anche se Renato da anni puntava tutto sul suo sfacciato
e fantasioso trasformismo.
Partì, allora, la sua carriera che non conobbe soste passando attraverso
la provocazione, l'ironia, la sfrontatezza, i messaggi sociali,
spirituali, d'amore e di solidarietà... accolti come trasfusioni
di vita da un pubblico che lo idolatrava e con il quale il suo rapporto
è rimasto totale e irreversibile.
Il suo transitare nella musica conobbee anche momenti di flessione,
ma la sua capacità di rigenerarsi, autoriprodursi, essere in sintonia
con la gente, la sensibilità e, soprattutto, l'essere così vero
che lo avrebbero perennemente accompagnato, lo collocano tra i più
grandi artisti italiani che la musica ci ha regalato in quest'ultimo
secolo.
Mi torna in mente una canzone che vorrei dedicargli: L'istrione
di Charles Aznavour (nel video cantata con Massimo Ranieri)
che secondo me sembra essere stata scritta giusto per lui.
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