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Sulla grande avventura dei Beatles è stato
scritto da tutti fino a finire l'inchiostro. Inutile, quindi, ricordare,
se non a beneficio delle nuove generazioni, i passaggi della loro
folgorante carriera che ha fatto la storia della musica, oltre a
quella del costume, a partire dagli anni '60.
Più utile è probabilmente richiamare alla memoria le sensazioni
che mi hanno trasferito la prima volta che li ho ascoltati - con
la pancia poggiata su un juke box in Piazza Corvetto, a Milano -
odiandoli perché mi resi conto che la mia generazione stava passando
il testimone.
L'asse della musica si spostava dall'America all'Inghilterra e il
Rock & Roll, già da anni in flessione, passava le consegne a una
nuova era: quella del beat.
Non amai, io che venivo dal culto dell'individualismo, vedere quattro
facce assimilate dai capelli a caschetto o le loro giacche che sembravano
divise, né amai quelle voci che, almeno agli inizi, si fondevano
limitando lo spazio di un front man unico, quel loro stare allineati
e protetti dagli strumenti, quei volti non incazzati (qualcuno di
loro lo era e come)...
Capii questo mio rifiuto ragionandoci in seguito: non mi legai subito
a loro perché mi stavano sottraendo gli anni.
Mi rapirono poi con la musica.
Non mi lasciai prendere dall'isteria che, in tutto il mondo, li
circondava, non mi vestii come loro, non mi feci crescere i capelli...
ma pian piano caddi nella rete della loro arte immensa.
Riporto le immagini di Yesterday,
un brano straordinario tratto dalla loro oceanica produzione, a
memoria della solenne stonatura che presi, con Ennio
Morricone che mi accompagnava al piano, nell'affrontare quell'iniziale
salto di quarta...
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