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di ROBERTO TRAETTA
Negli anni ’80, senza internet, playstation e altre diavolerie ipertecnologiche, per divertirsi i bambini amavano riciclare e rinverdire i giochi e i passatempi semplici ed economici tramandati da qualche generazione precedente. Da maggio, la temperatura gradevole delle belle giornate primaverili consentiva di stare molto tempo all’aperto: dal tardo pomeriggio fino alla sera la parola d’ordine era solo …giocare.
Di solito non ci si allontanava da sotto le finestre e i balconi delle proprie case, in modo che i genitori potessero seguire i figli. In altre parole, si stava per strada, tra l’indifferenza dei passanti e lo smog delle automobili. Si colonizzavano i marciapiedi attorno ai palazzi e su queste sottili strisce di cemento si allestivano preziose attività ludiche. Ma c’era anche la sana abitudine di andare in gruppo nei cosiddetti parchi, cioè quei fazzoletti incolti di terra a pochi metri dai quartieri abitati della città. Se invece le abitazioni avevano molto spazio attorno, come ad esempio un cortile, si realizzavano le condizioni ideali per sperimentare pienamente i giochi tradizionali dell’infanzia e viverli fino in fondo e con tranquillità. A questo riguardo, credo di essere stato fortunato, io come tanti altri miei compagni di gioco, poiché da piccoli abbiamo avuto a disposizione un posto immenso per il divertimento. Quelle giornate spensierate nel nostro recinto protetto e quasi staccato dal resto del mondo, ci hanno regalato momenti impagabili di serenità. Ed era ancora più bello quando si era in tanti, quando si faceva numero. Tutti uniti, solo per giocare.
Ma che cosa facevamo di preciso negli anni 80? Il tempo (tra)scorreva sulle biglie in una specie di carambola dei poveri. C’è da dire che era per soli uomini, quindi le bimbe non ci pensavano. I più esperti sceglievano una zona pianeggiante del pavimento del cortile per localizzare l’azione e la delimitavano con dei legnetti. Questo gioco non prevedeva un numero prestabilito di partecipanti, quindi si davano appuntamento più bambini. Le palline di vetro si vendevano nelle retine presso i tabaccai e ce n’erano di vari tipi: quelle trasparenti, quelle americane tutte bianche con striature colorate, e quelle a fantasie new age. Molto noti erano anche i cosiddetti pallocciotti, cioè palline un po’ più grandi rispetto a quelle comuni. Quelle trasparenti mostravano all’interno una piccola spirale, una linguetta colorata; talvolta questa striscia era a uno, a due o a tre colori. Per giocare non occorreva chissà quale bravura o abilità: ci si accasciava a terra, si poggiava la pallina al suolo e con il pollice la si faceva schizzare il più lontano possibile in modo che il giocatore successivo non potesse colpirla con il suo tiro. A turno quindi ogni giocatore tirava la biglia con la speranza di centrarne qualcuna. Se ne colpiva una, raccoglieva tutto il bottino. Il gioco non era proprio per palati sopraffini, ma incollava i piedi a terra. Tra i contendenti girava anche una sorta di listino prezzi sul valore delle biglie: quelle trasparenti monocolore erano le più dozzinali e deprezzate, quelle con la spirale a due colori valevano due monocolore e ovviamente quelle a tre colori ne valevano tre. Quelle americane erano roba da radical chic: solamente una poteva essere barattata con almeno dieci pezzi trasparenti ad un colorazione. Una curiosità: per anni mi ha sempre affascinato la spirale colorata tanto che una volta ho afferrato un masso e ho polverizzato la pallina per capire in realtà di che materiale fosse. Comunque, nella vittoria o nella sconfitta, le mie palline erano più buone delle altre perché sapevano di Sprint e di Nesquik. Sì, perché le conservavo nei contenitori in plastica del cacao solubile che si vendeva nei supermercati. Che profumi…
Altro gioco da veri uomini era la “pioggia delle figurine”, che non richiamava un’immagine apocalittica da nuovo testamento. Era soltanto una piacevole bisca che si allestiva possibilmente nei portoni dei condomini, o in luoghi non ventilati. Si sceglieva un angolino di muro e si segnava un’altezza da cui appunto far scendere le figurine a pioggia. I concorrenti erano due di solito, ma si poteva giocare in comitiva. Dal punto prestabilito si lasciava cadere la prima figurina (spesso si faceva la conta per stabilire chi dovesse tirarla per primo). Il secondo concorrente gettava la sua figurina cercando di centrare in pieno quella già sul pavimento. Se la sfiorava anche con una punta, aveva diritto a raccoglierla; se non la centrava, toccava poi all’altro concorrente provarci e così via. Le figurine più adoperate non erano ad alto tasso di glicemia come quelle di Candy Candy, Remì o di Hello Spank, ma quelle ruspanti e ruvide dei calciatori: Tacconi, Platini, Zenga, Baresi, Zico, Rossi. Queste sagome facevamo piovere dal cielo. Altri tempi, non c’è che dire.
Se esistevano svaghi per soli maschi, si imponevano anche quelli leggeri per sole donne come ad esempio la “molla” e la “campana”. Quando ad un certo punto della giornata si diceva “giochiamo a molla”, qualcuno estraeva dalla tasca un elastico da mutanda della nonna, formato extra-large, e lo si annodava. Ci si organizzava in tre. Due avversari, uno di fronte all’altro, tenevano l’elastico teso tra le loro gambe divaricate. Il terzo concorrente eseguiva una serie di salti in successione recitando delle filastrocche e facendo attenzione a non sfiorare l’elastico: “mela entro pesto, entro pesto, allargo tiro ed esco” era una delle tante cantilene che si udivano in quei lunghi pomeriggi primaverili. Man mano che si superavano delle prove, la molla saliva: dalle caviglie, al polpaccio, passando per il ginocchio, le cosce, le ascelle e il collo. Si trattava di un passatempo femminile, è vero, ma talvolta anche noi maschietti ci dedicavamo con raro impegno a saltellare come cavallette, forse per far colpo su qualche adolescente baffuta. Però ci voleva tanto coraggio per parteciparvi in quanto nei salti si sculettava troppo. No, era proprio per femmine.
Altro passatempo delicato era la “campana”. Con i gessi presi a scuola oppure con qualche pezzo di tufo raccolto qua e là, si disegnavano a terra dei riquadri disposti a croce e numerati, e si recuperava una pietra. Il primo partecipante lanciava il sasso nella prima casella e saltellando su una sola gamba la raccoglieva; poi finiva il giro nei riquadri, sempre su un piede, e tornava indietro. Durante il percorso, per non incorrere in qualche penalità (che non ricordo), era necessario non calpestare il tratto del gesso.
Il più classico dei giochi da organizzare all’aperto era “a nascondino”. Di solito si decideva di farlo all’imbrunire, in modo da risultare più invisibili. Il cortile di casa mia si prestava a questo sport perché era (ed è) esteso, con più posti auto e garage muniti di porte basculanti perennemente aperte e comunicanti con gli interni dei portoni, e con un giardino ricco di fitta vegetazione. Nascondersi in questa giungla era un piacere perché si poteva rimanere nascosti per ore ed ore. Nascondino funzionava così: un ragazzino selezionato dopo la conta, appoggiava la testa su un muro e ad occhi chiusi contava ad alta voce fino a trentuno. Nel frattempo, gli altri andavano a rintanarsi. Una volta terminata la conta, il giocatore si impegnava a trovare tutti gli altri. Non appena ne individuava uno, correva verso quella stessa fetta di muro dove aveva contato e, toccandola, gridava il nome della persona vista, che così usciva dal gioco. Il primo che veniva stanato, al turno successivo di gioco doveva “andare sotto”, cioè doveva essere lui a trovare gli altri, a mo’ di punizione. L’ultimo concorrente nascosto diventava una sorta di deus ex machina, un liberatore: se riusciva a raggiungere il muro della conta gridando “trentuno salva tutti”, costringeva il giocatore a contare di nuovo nel turno successivo.
Non molto diverso da “nascondino” era il gioco “ad acchiappare”. Questa gara era tanto semplice quanto divertente. Dal gruppo dei partecipanti si sceglieva quello che doveva acchiappare gli altri durante una fuga piuttosto disordinata: chi andava di qua, chi di là. Era un po’ sciocco, ma faceva sbellicare dalle risate con tanto di sudate a zampillo. Se l’inseguitore aveva le gambe lunghe, non c’era scampo per i fuggiaschi; ma se aveva gambe e fiato corti, il gioco durava all’infinito. In quelle corse a perdifiato per evitare di essere presi, si ricordano con rimpianto le cadute che procuravano ferite tipiche: le ginocchia sbucciate. Ricordo che dalle rotule in giù, i ragazzini degli anni ’80 avevano più cicatrici di Freddy Kruger, il demoniaco assassino di “Nightmare”. Dai calzoncini corti sbucavano infatti gambette glabre, tutte scorticate e ricucite, con patacche di crosticine che non rimarginavano mai. Chissà quante volte saranno venute in soccorso le signore dei primi piani che, spaventate dai nostri piccoli incidenti, come crocerossine si armavano di cotone e bottiglietta verde del lysoform e ci soccorrevano per medicarci.
Ecco perché ancora oggi il profumo di questo intramontabile disinfettante sa di cose buone.
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