Il Forum dove scambiarci opinioni e consigli

Natale di ricordi: Roberto Traetta
 

SE IL NATALE FOSSE UN COLORE, SAREBBE IL CICLAMINO DELLA BAULI

L′8 dicembre era (ed è) la prima festività importante, e inaugurava la sfilza di dare segnate di rosso sul calendario. Con l′Immacolata quindi si entrava ufficialmente nel periodo natalizio; il luccichio e la frenesia delle feste cominciava ad impadronirsi della città intera, con i suoi negozi abbelliti di regali e fiocchi, e con le case riscaldate e arricchite di addobbi. Le luci intermittenti del presepe e dell′albero sono un segno che il Natale era già entrato in casa e che per farsi notare aveva scelto l′angolo più visibile e spazioso del salone di casa mia. In televisione, il bombardamento delle pubblicità non lasciava tregua: nelle ore pomeridiane gli spot pubblicizzavano per lo più giocattoli e i giovani telespettatori eravano attenti a qualsiasi proposta. Pur di non far impazzire babbo natale, era necessario avere poche idee ma chiare sul regalo da richiedere. Tuttavia per semplificare bastava dare un′occhiata anche al Postal Market, la famosa rivista commerciale che arrivava periodicamente nelle case degli italiani appunto per posta. Io la apprezzavo soprattutto quando veniva sfogliata: l′aria spostata dalle pagine riportava nelle narici e nella memoria il profumo delle figurine panini appena scartate. Una volta raggiunta la sezione dedicata ai giocattoli, mi soffermavo incantato ad osservare quelli che mi sarebbe piaciuto trovare sotto l′albero.
Il giorno dell′Immacolata diventava quasi una settimana bianca se cadeva di venerdì, in modo da unirsi al sabato e alla domenica creando un lungo ponte di riposo. Il relax iniziava così il giovedì sera e terminava la domenica. In quei giorni si provava in formato ridotto il brivido del Natale. Non sempre però quel giorno si faceva comunella con i parenti. Quando succedeva, eravamo tutti un po′ più contenti perché si avvertiva di più il clima di festa. Vedere tutti insieme i parenti faceva un po′ impressione, però in fondo ne valeva la pena.
La prima tombolata si inaugurava proprio quel giorno, magari nella fascia preserale quando le donne, armate di guanti e scope, avevano già ripulito la cucina dagli avanzi e dagli odori del cibo. Tutto era così rudimentale e naif: sulle cartelle, i numeri estratti venivano coperti con le fave secche che ogni tanto io e gli altri cugini sgranocchiavamo. Che ricordi: io facevo ambo quando tutti ormai speravano in una cinquina. Se non facevi tombola, potevi ambire alla tombolina, che era il premio di consolazione per gli sfigati, una sorta di mongolino d′oro. Ma nemmeno quella prendevo...
A metà dicembre ricordo che ci si abbandonava volentieri alla spiritualità new age: un po′ tutti avremo recitato preghiere davanti alla finestra con lo sguardo rivolto al cielo per chiedere al bambinello una nevicata provvidenziale. Si desiderava la neve non solo per rendere il paesaggio più atmosferico, ma soprattutto per evitare la scuola. Qualche volta le preghiere sono state ascoltate: si andava a letto lasciando il vetro appannato di speranze e ci si risvegliava con uno spettacolo da fiaba dietro la tenda: il paesaggio innevato. A quel punto niente e nessuno poteva trattenere la felicità: si saltava sui letti e si urlava; con fratelli e gli amici inoltre si organizzava la lunga mattinata di divertimento. La telefonata ai vigili urbani confermava una certezza: scuole chiuse.
Se la neve era abbondante, riesumavamo dalla cantina doposci e guanti più pesanti. Vagamente somiglianti a robot giapponesi, si rimaneva all′aperto per ore, anche se il freddo era intenso, e anche se ad un certo punto la temperatura rigida anestetizzava le dita dei piedi tanto da non sentirle più. Ma il divertimento ti faceva dimenticare ogni disagio legato al freddo: a cominciare dalle guerre con le palle di neve, per finire alla costruzione di pupazzi. Io provavo piacere a calpestare i punti in cui la neve era intatta soltanto per sentire lo scricchiolio del piede che affondava. Con certe temperature basse, l′acqua gocciolante si trasformava pian piano in stallattiti di ghiaccio che pendevano lungo i balconi e le inferiate, o sotto i parafanghi delle automobili. Che spettacolo...
In quel periodo i negozi sono l′attrattiva più ghiotta: dai supermercati alle boutique di abbigliamento, dai bar alle edicole, dai giocattolai ai tabaccai.
I supermercati esibivano sia prodotti particolari in edizione natalizia (come le scatole in latta dei Pan di stelle del Mulino Bianco) sia la merce solita come pandori, panettoni, torroni, pasticcini, bottiglie di spumante. I tabaccai mettevano in bella mostra i giochi di società come la tombola, la roulette, il gioco dell′oca, e i mazzi di carte; inoltre esponevano cesti assortiti di cioccolato kinder.
Nelle edicole, le riviste per bambini e ragazzi erano puntellate con il vischio o con i cappellini di babbo natale. Quelle più sensibili all′atmosfera di festa erano il “Corriere dei piccoli” e il “Topolino” che in quel periodo diventavano più interessanti: non dispiaceva affatto ricevere gli auguri direttamente dai personaggi dei cartoni animati, oppure leggere i fumetti della Walt Disney calati nel clima natalizio.
I bar esponevano in vetrina panettoni artigianali, baci perugina in scatola, e regalavano l′odore delle ciambelle fritte mischiato all′aroma di caffè che riconoscevo subito e che mi piaceva. Questo odore di buono accomunava qualsiasi bar in ogni periodo dell′anno, ma a Natale era più intenso e suggestivo. Ricordo che lo annusavo bene quando seguivo i miei fratelli più grandi e i loro amici per un locale all′altro della città, alla ricerca dei videogames. Mentre i più grandi perdevano il loro tempo a dare colpi pelvici ai flipper o a masturbare tasti e manopole, io respiravo l′aria fritta dei bar e puntavo lo sguardo sulle vetrinette interne che esibivano cioccolatini ripieni, caramelle, bottiglie di liquore alla frutta e grossi babbi natale imbottiti di dolci. Guardavo e mi saziavo.
Verso il 20 dicembre tutto e tutti sembravano pronti ad affrontare quella maratona godereccia. La scuola stava per chiudere i suoi sgangherati battenti e i diari pieni di compiti da fare sarebbero stati riaperti a gennaio.
La televisione sembrava impazzita: dalla mattina al tardo pomeriggio i cartoni animati in versione “Special Christmas” erano i padroni del palinsesto. Telefilm e telepromozioni offrivano il Natale in tutte le salse. Con la pubblicità della Bistefani sentivi davvero la gioia della festa: “E chi sono io Babbo Natale, eh?!”. Le annunciatrici auguravano la buona serata con film ispirati al Natale; con le feste alle porte mostravano acconciature fonatissime e si agghindavano più dell′alberello che avevano accanto. Talvolta si faceva fatica a capire quale fosse l′addobbo.
Quando non se ne poteva più di televisione, preferivo ammirare lo splendore dei negozi per la città, soprattutto di quelli situati nel centro storico. Se non c′era nulla da vedere, rimaneva il rito antistress dei petardi, per il quale occorreva sempre un buon numero di adepti: i cugini in cima alle preferenze. I petardi più intriganti erano le “minerve”, che esplodevano con un forte boato e che erano piuttosto pericolose. Perchè il divertimento fosse completo, era necessario farle scoppiare nei portoni dei grandi condomini, oppure nei circoli ricreativi per anziani. L′esplosione violenta nell′androne dei palazzi riproduceva un rimbombo che udivamo anche a distanza di più isolati verso cui scappavamo; durante la fuga si ascoltava il botto e ci si fermava sul marciapiede per morire d′affanno e di risate. Il nostro sport raggiungeva livelli insostenibili quando facevamo esplodere le minerve nei club affummicati e al neon dei vecchietti impegnati giocare a carte. Individuato un luogo di ritrovo, come comparse cinematografiche ci fingevamo semplici passanti e con noncuranza gettavamo il petardo acceso con il suo sibilo inquietante. Dopo qualche secondo avvertivamo il boato e lo strascico di maledizioni in dialetto dei malcapitati. Dopo l′ennesima esplosione, qualche anziano ci rincorreva per le viuzze del centro storico, senza mai prenderci. Il nostro modello era Kevin, il bambino terribile di “Mamma ho perso l′aereo”, il film cult che amavamo guardare sotto le feste.
Il 24 dicembre tutto quel che avevo immaginato per settimane si avverava. Questa data era l′occasione per stare in compagnia dei parenti: cugini, pro-cugini, figli di cugini, bisnonne. Il luogo prescelto era la villa in campagna dei nonni, ma più spesso i festeggiamenti si concentravano da zia Franca, la quale aveva una casa con un salone ampio in grado di contenere più persone attorno ad un tavolo. Particolarmente significativa era la sera del 24 dicembre a casa sua: ogni nucleo familiare che dall′ingresso entrava nella sala da pranzo, come i re magi, posava le buste di spesa sul tavolo. La festa era l′occasione per assaggiare nuove marche e varie specialità. Come ad esempio, un pasticcino delicatissimo di pasta sfoglia chiamato “Crepes dentelle” della Gavottes, conosciuti solo con il nome di Gavottes. Ricordo che venivano offerti con la massima prudenza ed erano per palati sopraffini. Erano confezionati in scatole di latta e li si vedeva solo a Natale. Il gusto era delicato ma il costo doveva essere pesante...
Il 24, 25 e 26 trascorrevano mangiando e giocando. In quei tre giorni si sperimentava tutto il ventaglio delle emozioni: tra i piccoli, si cominciava con entusiasmo ma già il 26 non ci si sopportava più. I litigi nascevano soprattutto con le carte da gioco quando si perdevano gli spiccioli; ma talvolta assistevamo alle liti furibonde degli adulti (permalosi come campi minati) che non volevano essere sconfitti al poker.
Noi piccoli eravamo pieni di risorse: archiviate le carte, si faceva pace condividendo altre passioni. Ci appartavamo nella stanzetta dei cugini e facevamo zapping davanti ad un piccolo televisore di fortuna. In realtà cercavamo il programma “Colpo Grosso” per ammirare le ragazze cin-cin che durante lo stacchetto si toglievano il reggiseno. In quattro o cinque si assiepavamo attorno allo schermo in modo che l′irruzione di qualche adulto malizioso nella stanza non portasse conseguenze drammatiche. C′era sempre infatti zia Assunta, madre di uno dei cugini coinvolti in queste marachelle, che ci sorvegliava spesso; ogni tanto vedevamo la sua testa sbucare da dietro la porta socchiusa e con il suo sguardo indagatore ci chiedeva:” Che state guardando?” E noi tutti in coro: “Le comiche di Benny Hill”.
Le feste comunque erano un modo per rinsaldare rapporti familiari un po′ arrugginiti. Ho in mente a questo proposito una vecchia fotografia che ritrae un evento straordinario: attorno ad uno stesso tavolo si sfidavano a poker mio zio, suo suocero, il fratello di mia nonna e il marito di una mia pro-zia. In una sorta di a′ livella, quattro persone lontane tra loro per mentalità, estrazione sociale e cultura avevano una volta tanto qualcosa in comune. Solo il Natale poteva metterli insieme uno accanto all′alto. Un G4 come questo non si ripeterà più in famiglia...
La mattina del 25 è sempre stata magica. Quando credevo a Babbo natale, verso le 7 del mattino aprivo gli occhi di colpo, soltavo giù dal letto e mi dirigevo sotto l′albero per scoprire quali regali avesse lasciato il vecchio barbuto a me e ai miei fratelli. L′emozione che provavo a scartare i regali non può essere descritta bene a parole: sentivo il cuore in gola che batteva forte e ti faceva sudare a freddo nonostante le vampate di caldo sul volto. Un 25 dicembre di chissà quale anno ricordo che ci siamo svegliati con il paesaggio ricoperto di neve e con il cielo che continuava a far cadere fiocchi. Fuori c′era una quiete surreale: sulla strada le auto sembravano svanite nel nulla e le case erano ancora addormentate sotto un manto soffice e bianco. Un risveglio come questo si poteva solo sognare o vedere nei film...
Il periodo che va dal 27 al 30 dicembre è sempre stato dedicato alle riflessioni sulla prima trance di feste trascorse. Se non si era soddisfatti, si sperava nel Capodanno e ci si augurava di fare di più perché rimanesse un Natale memorabile. I propositi maturati prima del 24 riguardo allo svolgimento dei compiti venivano elusi: non si studiava mai fino al 31 dicembre. In quei giorni si rimaneva davanti alla tv, oppure si usciva di casa facendo la spola tra un negozio di giocattoli e l′altro. Con qualche soldino guadagnato al gioco delle carte compravo alcuni oggetti rimasti fuori dal pacco natalizio del 25. Io investivo i miei guadagni su alcuni pupazzi della Mattel chiamati “Masters” che oggi sono oggetti d′epoca. Allora sono stati un fenomeno dilagante che ha stregato un′intera generazione di bambini.
Giunto finalmente il 31, si ripeteva lo stesso copione del 24 dicembre: corsa sfrenata all′ultimo pandoro, ai crostini e al salmone, alle bottiglie di spumante e alle lenticchie. Come il 24 dicembre, si finiva a casa della stessa zia, con il suo ampio salone riempito da due tavoli, uno per gli adulti ed uno per i piccoli. Più o meno si rispettava il menù della vigilia. Qualche minuto prima di mezzanotte si sintonizzava la tv su qualche programma in diretta, si preparavano i bicchieri di carta e si tenevano alzate le bottiglie da stappare. Scoccata la mezzanotte, scoppiava il putiferio: le urla del televisore si univano a quelle dei presenti e tutti cominciavano a darsi baci sulle guance e a farsi gli auguri sorseggiando lo spumante. Subito dopo si correva sul balcone, un quarto piano dal quale, indisturbati, accendevamo razzi e fontanelle per dare il benvenuto al nuovo anno. Dopo i festeggiamenti la nottata trascorreva all′insegna dei giochi come il mercante in fiera o la solita tombola.
Per il pranzo di Capodanno si sceglieva di solito il posto dove si era festeggiato San Silvestro. In quella occasione tutti i bambini dovevano recitare le poesie imparate a memoria a scuola: a turno io e i miei cugini salivamo su una sedia e davamo inizio alla cantilena. Poveri adulti perché dopo aver ascoltato le lagne con le rime dovevano pure pagarci... I soldi delle poesie ci permettevano però di partecipare al gioco che cominciava verso la fine del pranzo, tra una portata e l′altra, e con il sottofondo delle urla di zia Franca, che non voleva vederci maneggiare denaro a tavola; e come ogni brava maestra, ci sequestrava le carte. Dopo il pranzo (che si prolungava fino alle 16:30) le donne rivoltavano come di consueto la cucina per pulirla. Verso le 18 si riprendeva a mangiare pandori e panettoni, mentre qualcuno cominciava a mischiare le carte per far soldi. Per dirla con una frase di un programma della Carrà , se il Natale fosse un colore, sarebbe il ciclamino dei cartoni dei panettoni Bauli. Dopo averli svuotati, quei coni tronchi si forano con due buchini e diventavano maschere da indossare.
La sera invece si cominciava già ad assaporare l′amaro del dopo-festa e si desiderava afferrare quei momenti perché da domani sarebbe ricominciata la solita solfa. Intanto c′era il malloppo dei compiti da fare e la voglia scarseggiava. Se nel pieno delle ricorrenze avevo sempre rimandato a domani il momento di mettermi sulla scrivania, con nuovo anno non si poteva più posticipare. Madonna che angoscia...
Oramai rimaneva l′Epifania, anche se personalmente non l′ho mai considerata una festa spensierata. Non me ne voglia la befana...Anzi, il 6 gennaio veniva vissuto con un senso di sottile tristezza perché tutto era finito. Il giorno della Befana si era troppo proiettati al domani e festeggiarla non sarebbe stata una bella idea. Infatti cugini, zii e nonni se ne stavano ognuno a casa loro, ed io con la mia famiglia ovviamente nella nostra. Per incontrarci di nuovo dovevamo aspettare la Pasqua.
Il pranzo della Befana a casa attorno ad un tavolo senza cugini sembrava quasi una punizione. Nemmeno la calza placava questo malessere che a tratti mi stringeva la gola e non mi faceva gustare i dolciumi: Kit Kat, Smarties, Mars stranamente avevano un retrogusto amarognolo. Si faceva di tutto per non pensare al domani. Ma la sera non c′era scampo: dalla ripresa delle attività mi divideva solo qualche ora di sonno; più che sonno, ci si preparava a vivere un incubo, e il mio più grande desiderio era quello di tornare indietro nel tempo, almeno fino al 23 dicembre.
Luci e colori si stavano spegnendo inesorabilmente e presto, molto presto, sarebbe toccato a quelle lampadine che ad intermittenza, per un mesetto, avevano illuminato e riscaldato l′angolino freddo e spoglio del salone di casa mia. Uno scampolo di speranza te lo offriva il calendario: pensieroso, sollevavo gennaio e sul mese di febbraio ero già alla ricerca delle feste di Carnevale..