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Fine anni 70, inizio 80: la Tv invasa dai robot

Dal Giappone l’urlo di Go Nagai: vai …Mazingaaa!
di Roberto Traetta

Nel 1963 in Giappone nasce l’industria del cartone animato televisivo con la serie in bianco e nero
“Tetsuwan Atom”, in Italia conosciuto come “Astroboy”. Chi è Astroboy? Si tratta di un robottino con
sembianze umane, nato come manga (fumetto nipponico per intenderci) da cui hanno poi tratto la serie tv.
Padre di questo primo indistruttibile eroe dei cartoni è Osamu Tezuka.
Ma il boom dei cosiddetti “anime” robotici si avrà agli inizi degli anni ’70 in Giappone; invece in Italia
avverrà sul finire di quegli anni e nei primi anni ’80. Se Osamu Tezuka è considerato il padre dei manga, la paternità dei manga robotici va riconosciuta al mitico Go Nagai.
“Devilman” e “Mazinga Z” del ’72, “Grande Mazinga” del 1974,” Getter Robot”, “Goldrake” e “Jeeg Robot d’acciaio”
del ’75 sono tutte sue creazioni (anzi …creature), eroi d’acciaio che ci hanno emozionato, ci hanno
rassicurato. Che ci hanno fatto sognare.
Go Nagai nasce come disegnatore di manga erotici per ragazzi. Il successo arriva nel 1972 con
“Devilman”. Lo stesso anno realizza “Mazinga Z”, il secondo robot pilotato da un uomo nella storia dei
cartoni (prima di lui, c’è solo “Super Robot 28”), il primo in assoluto di Go Nagai. Lo spunto
creativo, il guizzo di genio zampilla in un momento davvero particolare:
mentre è imbottigliato nel traffico di Tokio, Nagai inizia a fantasticare immaginando che
dalla sua vettura possano uscire gambe e braccia per scavalcare gli altri veicoli. Così nasce il mito di Mazinga.
Apparso nel 1972 su una rivista giapponese come manga,
quello stesso anno di Mazinga Z viene prodotta e trasmessa la serie televisiva omonima
in 92 episodi, che riscuote un grande successo di pubblico.
La vicenda ha inizio sull’isola di Rodi,
dove un gruppo di scienziati scopre i resti antichi della mitica civiltà di Micene,
popolo dotato di un’avanzata tecnologia.
Tra le rovine vengono rinvenuti enormi automi.
Il dottor Inferno, uno dei ricercatori, intuendo le potenzialità dei robot rinvenuti,
decide di eliminare i suoi collaboratori e si impossessa della grandiosa scoperta
per mettere in pratica i suoi folli piani di conquista dell’universo.
Grazie alla sua preparazione scientifica, porta in vita le statue e le trasforma in macchina da guerra
contro l’umanità.
Kabuto, lo scienziato scampato al massacro del dottor Inferno,
realizza un potentissimo robot servendosi della lega Zeta (metallo ricavato dal japanium,
un minerale pregiato) che costituirà l’unica arma per scongiurare la terribile minaccia
rappresentata dal suo ex-collega Inferno.
Prima di morire per mano del Barone Ashura, fedelissimo aiutante di Inferno,
Kabuto affida a suo nipote Koji la guida di Mazinga Z e ,quindi, il compito
di difendere la razza umana dalla minaccia dei mostri invasori.
Accanto a Mazinga Z c’è Aphrodite A, un robot costruito da Kabuto per scopi pacifici
ma che presto sarà dotato di armi in seguito agli attacchi del Dottor Inferno.
Al termine delle 92 puntate, Go Nagai ha già nel cassetto un altro robot ad immagine
e somiglianza di Mazinga Z, ma molto più potente e perfezionato.
L’entrata in scena del nuovo robot, chiamato il “Grande Mazinga”, non avviene però in nessuna serie
televisiva, ma direttamente sul grande schermo.
L’episodio cinematografico dal titolo epico “Mazinga contro Goldrake” del 1974 narra
la comparsa di nuovi nemici per Mazinga Z: l’Impero delle Tenebre, un’orda di esseri
per metà organici e per metà meccanici guidati dal Generale Nero, braccio destro
dell’Imperatore delle Tenebre. L’avversario risulterà troppo forte per il nostro eroe e
durante uno scontro con più mostri, proprio quando tutto sembra perduto,
ad aiutare Koji in difficoltà, giunge provvidenzialmente il Grande Mazinga.
Alla guida del Brian Condor, la navicella che si incastra nella testa del robot,
è stato scelto Tetsuya, un ragazzo orfano che Kabuto ha allevato sin da piccolo
con il preciso scopo di farne un combattente.
In questo episodio, oltre al pilota del nuovo robot, fa la sua comparsa proprio Kenzo Kabuto,
il padre di koji ritornato nei panni di un cyborg, cioè un robot con il cervello di un essere umano.
Il lungometraggio (trasmesso regolarmente nelle sale come un ordinario film) funzionerà
quindi solo da collegamento tra una serie televisiva e l’altra, perché da quel punto parte
una saga del tutto simile alla precedente che vedrà per protagonista il Grande Mazinga.
Koji tornerà ad animare Mazinga Z per soccorrere il compagno nello scontro finale
con l’Impero delle Tenebre, nella conclusiva puntata dei 52 episodi che compongono
la serie animata.
C’è da dire che Go Nagai ha creato più stereotipi che ricorrono nelle sue serie animate,
come in tutti i prodotti successivi. E’ facile: la vicenda ha inizio con l’invasione della terra
da parte di civiltà antiche risvegliatesi da un lungo sonno, oppure da entità aliene provenienti
da mondi sconosciuti. L’eroe è pronto ad affrontare il nemico in scontri cruenti da cui esce sempre
vincitore.
Essendo il “Grande Mazinga” il sequel della fortunata saga di “Mazinga Z”, ogni puntata
di entrambe le serie si svolge in modo analogo: attacco iniziale del nemico, intervento dell’eroe, la
battaglia e la vittoria finale. Anche la caratterizzazione dei personaggi appare simile:
c’è il pilota del robot quasi sempre orfano, aiutato da una donna che guida un mezzo proprio
e da un aiutante goffo e impacciato (Boss Robot presente in entrambe) che dà un tocco ironico alla
serie.; e c’è un laboratorio diretto da uno scienziato votato al bene. A proposito di bene,
questo “anime” (come i successivi) è incentrato sulla contrapposizione fra bene, appunto, e male.
La differenza tra buoni e cattivi è netta ed emerge negli aspetti grafici: i cattivi sono mostri orrendi
e deformi, i buoni sono invece ben fatti. Anche se i nemici del “Grande Mazinga” sono più curati
graficamente e sono più elaborati e complessi dal punto di vista psicologico rispetto
a quelli di “Mazinga Z”.
Altre tematiche affrontate nel cartone sono le mutazioni genetiche e la radioattività con riferimenti
espliciti alla tragedia di Hiroshima e Nagasaki: le esplosioni dei mostri infatti sono accompagnate
da un fungo di nubi che richiama quello della bomba atomica.
Anche gli spunti erotici fanno la loro comparsa nella trama. L’arsenale di armi dei robot
ne è un chiaro esempio: ricorderemo bene i razzi fotonici di Mazinga che sbucano dal basso
ventre e i missili pettorali che Venus (compagna del Grande Mazinga) e Aphrodite A scagliano
dai seni.
I nostri tele- eroi significano anche commercio per un giro d’affari stratosferico, come accadrà
per tutte le serie nipponiche d’altronde: molti autori disegnano personaggi televisivi in accordo con
le case produttrici di gadget e giocattoli che avrebbero venduto sull’onda del cartone.
Grazie al merchandising i bambini di allora continuano ad interagire con i giganti d’acciaio anche
dopo l’episodio: con Mazinga insieme a scuola con diari, quaderni, zaini e gommine profumate;
insieme anche a merenda con cacao solubile, gelati e patatine fritte.
E poi l’effigie di Mazinga su libri, album di figurine e vari gadget.
Oggi solo ebay può offrire l’idea di che cosa si nutrisse il merchandising 20 anni fa.
Gran successo tributato ai cartoni giapponesi a giusta ragione.
E nonostante il gradimento da parte del pubblico, sembra strano che questi prodotti
inizialmente siano stati acquistati per riempire palinsesti delle nascenti tv private, le quali avevano
bisogno di produzioni a buon mercato per sopravvivere.
Pur essendo nato prima, Mazinga Z è stato trasmesso per la prima volta nel 1980 sulla Rete 1,
odierna RAI 1, mentre “il Grande Mazinga” è andato in onda nel 1979 su alcune emittenti locali
del nord, (come dicevamo prima) come tappa buchi all’interno di una programmazione misera.
Non sono mancate critiche furiose da parte di genitori per la violenza contenute nelle storie
di questi strani personaggi venuti da lontano. Pur risultando approssimativa nella grafica,
irreale nella vicenda narrata, è presente all’interno della storia una componente
di realismo che si traduce in sofferenza, sangue, violenza.
Per non parlare poi del concetto della morte che, inesistente nei cartoni occidentali
di Walt Disney o di Hanna eBarbera, si fa esplicito e tangibile in tutta la produzione nipponica:
da Mazinga a Candy Candy, passando per Goldrake Heidi e Remì.
Belli o brutti che siano, a noi piacevano tantissimo e piacciono ancora i cartoni giapponesi…