Il Forum dove scambiarci opinioni e consigli

Giornalisti per un giorno
 

Benvenuti all'ottavo appuntamento di questa sezione a cura di 75100.

Oggi ospitiamo una intervista davvero particolare ad Antonello. Sperando di aver soddisfatto molte delle curiosità di chi ci legge completando e integrando la prima chiacchierata nostra con il poeta.

Ed adesso bando alle ciance e si vada a cominciare....

UNA PENNA, UN FOGLIO E...
ANTONELLO DE SANCTIS IL DIARIO DI UNA VITA.


Il noto paroliere racconta se stesso, attraverso le domande dei propri lettori, e del filo invisibile che lega i propri lavori alla favola della sua vita.


Stellina: Scrivere canzoni non è come scrivere libri: a qualche mese dall'uscita di “Non ho mai scritto per Celentano” sapresti fare un bilancio (non economico) in merito alle tue emozioni e aspettative?

“Celentano” mi ha regalato sensazioni importanti.
Spazi liberi – la penna se ne andava dove voleva lei –
un’autoanalisi più approfondita, una nostalgia sottile per il tempo precorso, un progetto per il futuro.
Mi è mancata qualcosa che i libri non hanno: la musica. Forse per questo ho cercato di dare alle parole tutto il suono che ho dentro. Le aspettative sono quelle di sempre: sradicare dall’anima le mie esperienze di vita per poi trasmetterle... tentare di condividerle.


Stella1: Scrivere il libro "Non Ho Mai Scritto Per Celentano" era uno dei tuoi sogni nel cassetto? O ci sono ancora altri sogni che vorresti si realizzassero?

Ho scritto tanto in vita mia, anche troppo forse, ma non avevo mai pensato di dedicarmi a un libro. E’ la mia irrefrenabile voglia di comunicare che ha guidato la mia testa, le viscere e il cuore. Tutti gli altri miei sogni trovano la loro sintesi in un unico desiderio: non smettere mai di sognare.

Energy: Perché tra i personaggi che hai citato, non hai parlato di Celentano, visto il titolo?

Celentano è, in questo caso, soltanto un gioco, una rassicurazione, un nome che suona. Non ho mai avuto rapporto
i lavorativi con lui e non avevo agganci reali per parlarne... né serviva, perché la sua carriera artistica parla meglio
di quanto io avrei potuto scrivere.


Sassy: Ti piacerebbe che un giorno il tuo libro "Non ho mai scritto per Celentano" diventasse un film?

Non credo esistano i presupposti per farne un film. Si potrebbe, forse, ipotizzare un documentario che intrecci cinquanta anni di storia del nostro pianeta con la musica che ne è stata insostituibile sottofondo.

Marta’92: Nella tua vita hai avuto varie esperienze, anche molto diverse tra loro... sei passato dall'ambito sociale (come nel carcere minorile) allo scrivere i testi delle canzoni e, da quanto hai descritto nel tuo libro, hai vissuto entrambe le cose con passione e successo... C'è qualche esperienza che ti rimproveri di non aver vissuto in passato? Qualche occasione lasciata sfuggire o qualche decisione non presa... oppure ce n'è qualcuna nuova che ti piacerebbe sperimentare in futuro?

Avrei voluto fare il ballerino, l’attore, il cantante, il chitarrista, l’asceta, il Papa, il Presidente della Repubblica, lo sportivo, lo straccione, il pescatore di perle, il fruttivendolo...
tutte cose che mi restano da fare.

Ste’04: Nel tuo libro, oltre che di musica, canzoni, testi e composizioni ho tirato fuori un unico comune denominatore: l'amicizia... ogni pezzetto della tua vita e ogni tuo trionfo è dovuto ad una tua esperienza con amici e persone che potevano esserlo o che avresti voluto frequentare.... Mi rimane nel cuore e penso spesso al tuo amico, a come lo hai raccontato e quando ci penso negli occhi ho sempre le stesse scene: il buio, i fari che spariscono, un bambino, l’autobus ed i suoi occhi ...E la mia domanda è relativa a questo: mi racconti la tua visione dell’amicizia?

Ho avuto cura, nell’elaborare il libro, di scrivere quello che pensavo nel periodo che accadevano i fatti che raccontavo. Adesso, sull’amicizia e sull’amore qualche punto di dubbio mi è venuto, ma sono i danni dell’età.
Quando vedo i miei figli con la luce negli occhi perché si sono lasciati coinvolgere da questi sentimenti, mi dico:
Antonè, chi ci crede vive, chi ci crede di meno racconta... così mi sposto dalla fila degli entusiasti e mi metto in
quella dei rincoglioniti.


Energy: Con la prossima lettura scriverai cose diverse o parlerai della vita e musica in generale?

Scriverò cose diverse, sto lavorando su un’idea complicata che mi assorbe molto. Cerco di dare voce al bene e al
male... non è una cosa semplice e per questo ci sto buttando l’anima, i pochi vocaboli che il mio misero dizionario
prevede e tutto il cuore che ho.


Domande sulle CANZONI e sull’ATTIVITA’ DI PAROLIERE

Saretta79: Fra tutti i testi che hai scritto, a quale sei più legato e perché?

“Padre davvero” di Mia Martini e “In te” di Nek perché rappresentano la mia voglia di essere vero, anche a costo
di andare controcorrente. Sono brani per i quali non ho usato neanche una goccia di mestiere.

Bogina: Perché gli autori, a parte alcune eccezioni, per esempio Mogol, non hanno la notorietà degli artisti per cui scrivono? Dipende dalla vostra volontà o è un destino a cui non potete sottrarvi?

C’era, molto tempo fa, una trasmissione radiofonica che si intitolava “Il paroliere, questo sconosciuto”. Il non
apparire è insito nel nostro mestiere e così, novelli Cyrano, continuiamo ad affidare ad altri emozioni che, magari,
vorremmo dire in prima persona. Mogol ama mostrarsi, io sono arrivato al punto di mandare qualche artista a
ritirare premi per testi scritti da me. Sto imparando, sempre più, l’evanescenza e l’incorporeità, sono ormai in
odore di ascetismo.

Ornella: sei sempre contento dell'interpretazione dei tuoi testi, chi li esegue riesce sempre a rendere al massimo i tuoi pensieri?

L’interprete, se è valido, parte dalle mie emozioni e ci aggiunge le sue, si procede, quindi, per addizione.
Mi è anche capitato di imparare la sottrazione, in taluni casi. Prova a ragionare così: io sono in qualche modo la sorgente, do, continuo a dare e non ho altro pensiero che dare. Noi tutti investiamo in amore, c’è poi chi raccoglie, chi sviluppa, chi calpesta, chi delude, chi integra, chi si mette a rimorchio... ci sono gli scemi, gli intelligenti, c’è chi butta il cuore oltre, chi ama, chi ragiona sull’amare, chi è incapace di amare... ma questa non è più musica, è vita.

Bogina: Ti capita di doverti adattare all'artista per cui scrivi (a seconda del suo tipo di musica, del personaggio), oppure componi solo per quelli che sono in sintonia con il tuo stile?

Cerco di fare una qualche selezione, adesso. Negli anni ‘70 andavo dove il vento mi portava e raramente gli opponevo resistenza. Ho fatto il mercenario, ora ho difficoltà a muovermi se non trovo sintonie.


Saretta79: Che effetto/emozione ti fa sentire un tuo testo cantato da "altri" quando viene trasmesso alla radio (magari adesso ci sarai abituato, ma all'inizio...)?

Mai provato suggestioni particolari, penso che l’espandersi di una canzone, quale sia il mezzo, sia la prosecuzione
logica del mio lavoro. L’emozione, per quanto mi riguarda, appartiene più al momento creativo che al resto.

Inivas: Quale testo (non scritto da te ovviamente) di una canzone a cui sei particolarmente legato o che ha avuto molto successo, avresti voluto scrivere tu?

“Avec le temps” di Leo Ferrè e i testi di tutte le altre canzoni del mondo. Se li avessi scritti io, avrei riempito, o colmato in parte, l’ipertrofia del mio ego che mantiene una irrefrenabile voglia di comunicare. Credo che raccontare sia l’unico sentiero percorribile per esserci per sempre.

marziacrem87: In questo ultimo periodo si sentono in radio molte canzoni "impegnate"... tu hai scritto molte canzoni di questo tipo (sto pensando a "Padre davvero", "In te", "Il muro di Berlino c'è" o la più recente "Nella stanza 26"). Cosa ne pensi?

Gli anni ‘60 e i ‘70 traboccavano di canzoni che affrontavano tematiche di carattere politico e sociale. Stanno in
qualche modo tornando, ma i tempi sono cambiati. I ragazzi di allora salivano sulle barricate e provavano a sognare, i ragazzi di adesso sono più realisti e non è vero che sono superficiali, stanno solo cercando di rielaborare il sogno.


Aurora: Caro Antonello tu hai affrontato un’infinità di emozioni e argomenti di ogni genere sia nello scrivere testi per le canzoni sia nella tua nuova avventura di scrivere libri: ma c'è stato un argomento in particolare su cui hai scritto, che ti ha fatto affrontare una paura o un grande dolore dentro te e se ti ha aiutato? E quale argomento o emozione non hai mai intrapreso nei tuoi testi e vorresti affrontare?

Scrivere è sempre un’auto terapia. Il tema che ho più spesso trattato con amore è quello della mia famiglia, senza alcun esito discografico, devo dire. Ora mi piacerebbe – e lo sto facendo – ragionare sull’esistenza.
Ne ho parlato in qualche brano di Nek, anche se una canzone, per sua struttura, non è lo strumento più idoneo per gli approfondimenti. Mi riprometto di indagarmi con i libri, per rendere una testimonianza più completa del mio esserci.

Stellina: Alla fine del tuo libro hai inserito le bozze di alcuni tuoi testi che dimostrano quanto lavoro ci sia davvero dietro una canzone: ti ricordi quale sia stata la canzone che ha avuto il "parto più travagliato", cioè quella che ha avuto bisogno di più modifiche? Ed invece quella che ha avuto il "parto più tranquillo",
cioè un testo che è andato bene per lo più come lo avevi scritto all'inizio?


L’elaborazione di “Anima mia”, dell’inciso più propriamente, è stata complicatissima. Anche con Nek si lavora molto sulla limatura dei testi ed è giusto sia così perché la frase migliore è quella ancora da scrivere.
“Padre davvero”, “In te”, “L’inquietudine” le ho buttate giù di getto e rimangono tra i brani più veri che ho
scritto, quelli ai quali sono maggiormente affezionato anche se non hanno riscosso il successo commerciale
che, secondo me, avrebbero meritato.


*75100*RobertoTraetta: In tanti anni di carriera, hai mai dovuto scrivere e riscrivere un pezzo, limarlo e capovolgerlo, o lavorarci su più del solito soltanto perché non ha incontrato immediatamente il gusto dell'artista a cui era destinato?

Capita quasi sempre, a volte anche a sproposito... una volta un testo non piacque al compositore perché lo avevo
ambientato in campagna. “Ma io, quando ho scritto la musica, pensavo al mare!” mi disse. Misi le pinne al testo e,
visti gli esiti deludenti, non andammo neanche in collina, quella volta. Il fatto è che la madre degli idioti è
perennemente incinta, che Dio li perdoni.


*75100*RobertoTraetta: Riascoltando un brano con un tuo testo, ti è mai successo di pensare "se potessi riscriverla, toglierei questo o aggiungerei quest'altro"? Se sì, quale testo del tuo repertorio modificheresti volentieri a distanza di anni?

Mai capitato, in realtà e questo non vuol dire che io non mi renda conto che alcuni testi sono superati. Poi penso che li ho scritti anni fa e mi perdono perché le canzoni sono figlie dei tempi che le partoriscono. Riscriverei volentieri un testo orribile – per mia fortuna sconosciuto – che s’intitolava “L’amore in una seicento”.

Bogina: Cosa prevedi di fare in futuro? Collaborerai ancora con Nek per la realizzazione del suo prossimo CD?

Sono quindici anni che collaboro con Nek e qualcosa insieme abbiamo prodotto. Gli sono artisticamente e amichevolmente legato, ma le mie previsioni sono di altro tipo: mantenermi in salute, migliorare e migliorarmi.
Non ho progetti precisi, prendo quello che viene, anche se è chiaro che Filippo rimane una strada privilegiata
per la stima e l’affetto che gli porto.


Loris: Secondo te, mettiamo il caso che un ragazzo di 18/20 anni inizi ad approcciarsi alla musica e allo scrivere testi, può servire come valvola di sfogo per mostrare i suoi sentimenti o per imparare, magari, in qualche forma anche il sentimento e l'amore? Secondo te paroliere e' anche chi non scrive
canzoni, ma esprime quello che il suo cuore dice?


Scrivere è scendersi nella pancia, è un viaggio affascinante nel nostro dentro e, certamente, aiuta a crescere . Se diventa un mestiere c’è la seria probabilità che ci allontani da noi. Per esprimere se stessi contano più gli occhi che le parole, che rimangono un mezzo straordinario per comunicare per tutti quelli che non possiamo guardare in faccia.


Sassy: Tra tutti i testi meravigliosi che hai scritto, ne amo uno in particolare che si intitola “Giusto o no” e vorrei porti una domanda legata a questa canzone: ti è mai capitato di conoscere a malapena una persona e immediatamente sentire di non poter fare più a meno di lei?

Non posso fare a meno di nessuno, neanche delle persone che mi sono ostili. Continuo ad essere profondamente incantato, per quanto mi riguarda, dall’universo femminile... mi basta incrociare una signora per strada e già non posso più farne a meno. Te la dico cruda, la centralina d’amore è dentro di noi e spetta a noi governarla. Tutto ha lo spazio che noi vogliamo e sappiamo dargli.


Domande su MIA MARTINI

Stellina: come ti piace ricordare questa grande artista, alla quale hai dedicato delle bellissime pagine nel tuo libro e una recente intervista? C’è qualcosa che ti piace ricordare di lei … un ricordo inedito e particolare che vuoi raccontare solo a noi.

Mi piace ricordare i nostri silenzi, quello che non ci siamo detto. Mimì era una persona così intensa, che parlare era spesso un esercizio superfluo, era capace di trascinarmi anche con un’espressione del viso.

Stellina: E' noto che hai scritto la prima e l'ultima canzone di Mimì, ma hai mai collegato a lei l'inizio anche della tua carriera? Padre Davvero fu una canzone che aveva fatto molto parlare e quindi aveva acceso i riflettori su entrambi i vostri nomi... non è così?

Iniziammo insieme, infatti, e parlarono di noi. Il mio collaborare con quella grande artista – casuale, spezzato e ripreso – era figlio di un connubio straordinario, un filo che legava Rieti a Bagnara Calabra. Questo mi ha insegnato che non dicevano tutta la verità a scuola quando mi insegnavano longitudini e latitudini... in amore
non esistono. Sì, prendemmo un treno con “Padre davvero” e ancora non mi do pace che lei sia scesa prima, alla stazione sbagliata... o giusta, chi lo sa. L’ultimo brano che scrissi per lei: “Col tempo imparerò” è stato vanificato dal suo andarsene prematuramente che ci ha tolto tante frasi d’amore e di rabbia che non abbiamo avuto il tempo di dire.

Bogina: La grande ed indimenticabile Mia Martini, che cosa ti ha insegnato come artista? E tu cosa pensi di averle trasmesso?

Eravamo due persone vere e non sempre essere veri paga. Se avessimo continuato a lavorare insieme con continuità, probabilmente avrebbe avuto un decimo del successo commerciale che ha avuto, ma, ne sono certo, avremmo continuato a parlare alla gente sostenendone lo sguardo.


Domande su CURIOSITA’

Stellina: Chi prende in mano una penna finisce inevitabilmente per influenzare ciò che va scrivendo.
Quanto di te, dei tuoi stati d'animo, dei tuoi pensieri, è finito nelle tue canzoni e/o nel tuo libro?


Tutto. Diciamo che sono un “bancarellaro” che espone la sua merce quando scrive. Racconto le mie frustrazioni, le
speranze, le sconfitte, i ragionamenti, le delusioni, i pochi risultati ottenuti, gli schiaffi presi (tanti) quelli restituiti
(il giusto), il mio amore per la vita, l’ostinato crederci. A qualcuno arrivo, l’importante è che continui a parlargli
finché gli andrà di ascoltarmi.

Pietro Esposito: spesso hai fatto riferimento alla tua propensione verso il mondo dell'arte come un qualcosa di istintivo, ma quanto di istintivo c'è stato e/o c'è nella tua voglia di scrivere, ieri testi di canzoni oggi libri che trasmettono la tua energia consumata sui fogli di carta?

Una volta vidi un caprone che prendeva la rincorsa e continuava a dare cornate su una staccionata. “Che cosa fa questo?” mi chiesi. Pensai, poi, che stava seguendo il suo istinto. A furia di ragionare ho capito che l’istinto non può limitarsi a consegnare cornate a un pezzo di legno e ho cercato, in mezzo a mille dubbi, di dargli lo spazio che merita. Per quanto attiene l’energia, nel chiedermi ancora se il mio lavoro ne trasmette, rimango con un
sospetto: un creativo la dà o la chiede?

Mammamarianekfan: Cosa pensi della schiavitù delle parole, cioè del fatto che le parole possono farci sentire liberi ma anche imprigionarci?

Le parole, di per sé, non sono niente, non liberano e non imprigionano. Assumono un senso solo quando
diventano un ponte tra noi e chi le recepisce. Assumono i colori di una tavolozza quando diventano dialogo.
Alle parole continuo a privilegiare, quando è possibile, il linguaggio degli occhi, non per togliere alle parole...
per aggiungere agli occhi.

Gruppo On: In una vita spesa a raccontare emozioni, spesso ci si identifica in frasi che risultano essere verità sacrosante, ma legate solo a particolari stati d'animo, come possono conciliarsi con la coerenza della "normalità"?
Mi manca una definizione di “verità sacrosante” e di “normalità”, se le decontestualizzo dal momento che
appaiono vere. Suppongo facciano parte di una ricerca quotidiana in continuo divenire, non riesco a
cristallizzarle, insomma.

Bogina: Secondo te il successo (che sperimenti personalmente, ma vedi anche in personaggi famosi che frequenti) ha più lati positivi o negativi?
Positivo è fare il lavoro che ci piace, l’eventuale negativo pesa molto di meno, in quel caso. Di negativo può
essercene tanto nella vita, ma è annullato, compresso, delimitato dal nostro seguire con tenacia un progetto che amiamo.

Stella1: Penso che la serenità sia la chiave che porta alla felicità... qual è stato il giorno in cui ti sei sentito veramente felice?

Mai trovato quel giorno, né lo cerco. La felicità è, per sua natura, incompleta, contingente e se mi accontentassi
di una qualche parziale felicità, mi precluderei una strada che non so – ma che c’è – per essere veramente felice.

Pietro Esposito: Hai mai rimproverato a te stesso che qualche risultato non raggiunto potesse invece essere conquistato ed andare a far parte del tuo "viaggio" personale? Intendo in termini di cultura: una mancata laurea, oppure il fatto stesso che Celentano non ti abbia mai chiesto di scrivere un testo
pensi che potevano magari dare quella sensazione di soddisfazione sempre ricercata?


La mia soddisfazione è essere me stesso ed essere me stesso è, appunto, una “mancata laurea”, o non aver mai
scritto per Celentano. Mi piace essere quello che sono, il resto è soltanto un attaccapanni.

Moni: Cosa ti ha colpito di più nella serata “Il ritmo delle parole” del 9 Luglio a Milano con Nek?
Filippo, la sua simpatia, la scioltezza, l’amicizia... e voi, soprattutto. Chi è stato presente e chi avrebbe voluto esserci.
E’ stata una serata magica e non perché c’ero io... girava un’energia che, se avessimo avuto un po’ più di coraggio, avremmo rischiarato le esitazioni di quel cielo capriccioso che Milano ha voluto regalarci, quella sera.

Saretta79: Scrittore di testi e di libri, come si conciliano le 2 cose?
Le due cose interagiscono, anche se rimangono sostitutivi del vivere. Se non fossi il pigro che sono, vi incontrerei
mille e mille volte. Allora, forse, non avrei più bisogno di scrivere e la penna tornerebbe inchiostro, non più
“prova di volo”.

Seby: Cosa consiglieresti a chi vuole intraprendere la stessa tua strada? Qual’è la direzione da seguire?
Intensificare rapporti e conoscenze, scrivere sulle musiche, anche a perdere, per il solo piacere di farlo, armarsi di pazzia, animarsi di presunzione, credere in sé e, soprattutto, scarnificarsi e fermarsi a guardare le piccole cose che l’urgenza del quotidiano nasconde.

Inivas: Se dovessi passare il testimone, riguardo al tuo mestiere, chi consideri come tuo erede?
Non mi pongo ancora questo problema, because I’m still alive. Eredi saranno i miei figli, eredi di una casa, da me
improvvidamente acquistata, che neanche si regge in piedi. Gli “eredi” del mio mestiere fanno parte di un
testamento che non ho ancora intenzione di stilare. Quando non scriverò più, successori saranno quelli che
meriteranno di parlarvi.

Rosy: Ti è mai venuto in mente di fare il regista di un film di ciò che scrivi? Il tuo prossimo lavoro sarebbe proprio bello vederlo sullo schermo.
Non so fare il regista. Il prossimo libro, però, chiede, con voce alta e chiara, una realizzazione filmica. Vediamo
cosa succede.

Marta’92: Qual’é attualmente il tuo scrittore o poeta preferito?
Prevert, Neruda, Omero, Dante, chi vi pare... le poesie le divoro, la prosa un po’ meno, perché dalle parole pretendo il ritmo, oltre che l’unicità. La poesia, spesso, è anche musica... la prosa, per definizione, è prosa.

Bogina: Hai mai usato le tue capacità letterarie per conquistare il cuore di una donna che ti piaceva?
Non ho mai detto a un’aspirante artista “Baby, farò di te una stella”, come non ho mai usato, per scopi diversi,
le mie scarse capacità di mettere in fila due parole. Mi pongo sempre per quello che sono realmente... non
sono capace di aggiustare una serranda, sono distratto, maniacale nel mio lavoro, con il cervello
irrimediabilmente altrove... le confidenza con le parole è una cosa, il quotidiano è un’altra faccenda. Volo dove posso e mi manca, purtroppo, la capacità di camminare. Ricordate “L’albatros” di Baudelaire?
Sono un po’ così.

Bogina: Cosa ti piace fare nel tempo libero? Quale musica ascolti?

Non ascolto troppa musica, adesso. Fino ai ‘90 sono stato un accanito collezionista di dischi, andavo da Zappa a Dalla, dai Genesis a De Andrè, dal rock alla sinfonica. Ora seguo solo una “terapia di mantenimento” e il mio tempo libero lo dedico alla cosa che più m’impegna: provare a vivere.


Anche questa intervista si è conclusa nel migliore dei modi: tutte le domande, di alto livello, hanno trovato delle risposte esaurienti che ci hanno permesso di conoscere meglio questo autore. Con queste righe si vuole ringraziare Antonello De Sanctis che, per la seconda volta, si è messo a disposizione dei suoi lettori e, con pazienza, ha saziato le loro curiosità; ed un grazie va rivolto anche a tutti coloro che hanno partecipato inviando le domande che li hanno fatti diventare “Giornalisti per un giorno”. Alla prossima intervista!
Roberto e Stellina