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Concorso: Primo premio letterario Giornalistix1giorno
Sezione B: RACCONTO
 
Autore: STEFANIA CASAVECCHIAVotazione: 4.21
Titolo: Amo dormire
Testo: Le mie notti sono colme di sogni.

Stranamente sono calma, il potere di rilassarmi percorrendo i viottoli del piccolo cimitero del mio paese non è più in me, la strana magia è terminata quel 16 maggio 2005, ma non oggi. Esco dal cimitero e quasi investo quell’uomo seduto a terra sul ponte che armeggia con i lacci delle sue scarpe. In un attimo vedo l’uomo che si getta, torno in me e mi dico che è solo il terrore che Lui mi ha lasciato. Parcheggio la macchina e l’immagine dell’uomo mi torna alla mente, cosi, al contrario di quanto mi permettono i tacchi delle mie scarpe, corro verso il ponte; rallento solo quando sono abbastanza vicina da vedere i suoi documenti a terra con un biglietto e vedere i suoi polsi e le sue caviglie legate. Il pensiero di Lui mi fa tremare ancor di più, la paura s’impossessa del mio corpo che è scosso da brividi, forse è Lui che mi dà la forza di parlare all’uomo. Più cerco parole salvifiche e più mi vengono parole sciolte, mi rendo conto solo dopo di aver parlato di Lui, di come mi ha lasciata e di come ha trasformato la gioia di averlo, al dolore straziante della sua assenza. Gli parlo dell’acqua nera, cupa, che scorre sotto di noi, gli faccio vedere la Sua foto cosi può credere alle mie parole, d’un tratto, non so se è la paura di non riuscire a salvare quell’uomo o la rabbia di non essere riuscita a salvare Lui ma, inizio a fare tutte le domande che avrei voluto fare a Lui. Gli chiedo se vuole gettarsi, anzi ricordo proprio di aver usato quel verbo, suicidarsi, gli chiedo perché vuole suicidarsi, se pensa al dolore che proveranno le persone che lo amano, perché è sicuro che ci siano quelle persone; mi trovo a dirgli che la vita è bella, che i problemi abbiano tutti una propria soluzione e che l’acqua che scorre sotto di noi è buia, sporca e credetemi se vi dico che gli dissi: “ Ma lo sai che se ti getti rischi di non morire annegato ma di morire perché l’acqua del fiume è inquinata”.

Rise.

Arriva una pattuglia dei carabinieri e lo prende in consegna.

Mi giro, sento il brivido dentro della paura di non riuscire a distogliere il pensiero suicida di un uomo, sento l’impotenza di fronte alla disperazione umana che cedono il posto al dolce pensiero di aver avuto la forza di “salvare” una vita tramite la Sua che invece mi era sfuggita tra le mani. Sento un gran dolore, mi rigiro e…mi sveglio.

Mi assale la gioia di sapere che è stato tutto un sogno ma piano riaffiora quel dolore pulsante, intenso e mi desto scontrandomi con la triste e dura realtà.

Mattia, l’uomo del ponte, ora sta bene, ci sentiamo, ha messo su una fattoria e nel mio cuore c’è sempre la speranza che possa tornare a sorridere anche grazie a me e a mio figlio Luigi, morto suicida all’età di 16 anni, che da lassù mi ha dato l’istinto di correre verso il ponte dove tutti guardavano ma nessuno si fermava, la forza di parlare di suicidio ad un aspirante suicida e il vano sollievo che il Suo suicidio sia servito a farmi capire che l’uomo del ponte voleva unirsi al buio profondo di quelle acque.