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Concorso: Primo premio letterario Giornalistix1giorno
Sezione B: RACCONTO
 
Autore: SALVATORE AMICOVotazione: 5.48
Titolo: Il cinque maggio
Testo: La sirena, che annunciava l’inizio delle lezioni pomeridiane della scuola elementare, suonava incessantemente.
Vincenzo, un bimbetto vispo dal viso rotondo, i capelli rossicci e un naso a patatina, indossò il grembiule nero con il fiocco azzurro, prese in mano la cartella, e dopo aver salutato papà e mamma, uscì per andare a scuola.
Strada facendo, incontrò il suo compagno di classe Giuseppe, il quale aveva in mano alcune figurine di calciatori e gliele mostrava orgoglioso.
Arrivati davanti alla scuola, salirono le scale ed entrarono nell’aula, che odorava, ancora, di vernice, con le pareti imbiancate e tappezzate di carte geografiche dell’Italia e dell’Europa.
I banchi, disposti su tre file, perfettamente allineati, sembravano dominati dalla cattedra di legno massiccio, color noce, sistemata su una pedana.
Questa atmosfera, abbastanza severa, era interrotta da un sovrapporsi di voci di bimbi che si rincorrevano, giocavano a carte, tiravano calci, cantavano, facevano strani versi di animali.
Ma anche quel giorno tutto cessò all’improvviso.
Cos’era successo?
Qualcuno disse: “Tutti seduti, sta per arrivare il maestro!”.
Costui, dopo un po’ varcò la soglia dell’aula e salutò: “Buongiorno, bambini! “ - di contro si levò un coro di voci: “Buongiorno, signor maestro!”.
Quindi, si avviò verso la cattedra e si sedette, posò la borsa e con una mano si ravviò i capelli brizzolati, unti di brillantina, si lisciò i folti baffi, sovrastati da un grosso naso, sul quale poggiavano un paio di occhiali scuri.
Aprì il registro e incominciò a fare l’appello. Finito ciò, rivolgendosi alla classe esclamò:
“Oggi, ci occuperemo di una famosa ode, ‘Il cinque maggio’ che Alessandro Manzoni, contrariamente alla sua consuetudine, stese, quasi, di getto…”.
E, così, proseguì per tutto il pomeriggio.
Finita la presentazione, dopo un ampio commento, disse: “Vi dò una settimana di tempo per impararla a memoria, poi vi chiamerò uno per uno e vi metterò il voto che meritate!”.
Quelle parole tuonarono come una condanna, ma, del resto, non si aveva altra alternativa.
I sette giorni passarono in un baleno, era arrivata l’ora della verità.
Il primo ad immolarsi fu Amico, seguirono Baglio, Barone, ecc., fino ad arrivare a Vincenzo, il quale, abbassando lo sguardo in segno di vergogna e temendo la reazione del maestro disse: “Signor maestro, non ho studiato!”.
Non l’avesse mai detto! Non aveva, ancora, finito di pronunciare la fatidica frase e il maestro gli piombò, addosso, come un falco e giù botte da orbi.
Il bimbo si fece piccolino, piccolino, ma non pianse, il suo orgoglio prevalse sopra ogni altra cosa.
A quel tempo, gli schiaffi erano considerati metodi, altamente, pedagogici, e se i genitori venivano a conoscenza del fatto, rincaravano la dose, e giù altre botte.
Tutto sommato, in questi casi, il silenzio era d’obbligo.
Passarono i giorni, i mesi, ma Vincenzo, con tutto rispetto per il Manzoni, ‘Il cinque maggio’ non riusciva a mandarlo, proprio, giù.
Ogni giorno si ripeteva la stessa storia e sembrava che avesse accettato, con serena rassegnazione, le tiratine di orecchie e i ceffoni, che il maestro, puntuale come un orologio svizzero, continuava ad elargire con dovizia.
Era il mese di maggio e l’anno scolastico volgeva, quasi, al termine. Il maestro entrò, si sedette, aprì il registro come al solito, fece l’appello e chiamò Vincenzo.
I compagni di classe erano, già, pronti con il sorriso sulle labbra. Il maestro si girò su se stesso di 90 gradi, pronto ad assestare un sonoro ceffone, compiendo lo stesso movimento che fa il discobolo prima del lancio, ma quel giorno Vincenzo spiazzò tutti, e con voce ferma e decisa, cominciò a declamare: “Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro,…”.
Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza.