| |
Tra le voci intense e cariche di echi pagani che la Puglia ha regalato
alla musica leggera italiana, quella di Daniela Miglietta è certamente
la più coinvolgente. Me ne accorsi durante una seduta di registrazione
quando la sentii cantare Chiara, un mio brano che
inserì nel suo album Lasciamoci respirare. Mi sommersero
le note deflagranti che sgorgavano da quel corpo esile e ricordavano
il passaggio irruente del tuono, il rotolare incontenibile del mare,
il vento impetuoso dell’Africa che, a volte, invade Taranto e si
calma all’improvviso lasciandoti nelle narici il profumo della salvia
e del timo.
Quando la conobbi, Mietta si era lasciato dietro il boom delle oltre
500.000 copie vendute di Vattene Amore, brano
che aveva interpretato in coppia con Amedeo Minghi nel Sanremo del
'90. Viveva un periodo di trasformazione e stava per varare un progetto
che avrebbe dovuto decretarne una conferma importante. Aveva una
gran voglia di scriversi i testi da sola e Varano, suo produttore,
mi propose di darle una mano. Accadde una cosa stranissima in occasione
del nostro primo incontro perché – neanche ci avevano presentati
– ci chiudemmo in una stanza e, in piena full immersion, esaurimmo
un pomeriggio analizzandoci, abbassando gli occhi o cercandoci gli
occhi, confidandoci i nostri segreti più nascosti. Dovettero toglierci
di là perché l’ufficio stava chiudendo.
Daniela è una donna intensa, combattiva – forse per difendere una
sua timidezza di fondo – allergica ai peli dei gatti, bellissima
e carica di una sensualità che trasuda da ogni movimento o espressione
del suo corpo. Ama il jazz, il soul, il blues ed adora Sarah Vaughan,
imprendibile interprete di colore, alla cui vocalità avvincente
fa riferimento.
Ragionammo a lungo sul da farsi anche se, come sempre capita, le
melodie sulle quali lavorammo ci portarono dove volevano loro. Il
cd uscì nel '92 ed il primo singolo in promozione fu Gente
comune, una mia composizione dal vago sapore pacifista che
non ebbe enormi riscontri di vendite, ma testimoniò il mio tentativo
di sganciare quella splendida artista dal cliché del “du du da da
da”.
Pensavo, infatti, di iniziare con Daniela un percorso più vicino
alla sua intensità e continuai su quella strada rielaborando insieme
a lei Figli di chi. Mietta, nel già menzionato
Sanremo del '93, interpretò la canzone insieme ai Ragazzi
di Via Meda, un gruppo di artisti della scuderia Fonit in perenne
lista d’attesa, il cui nome era stato preso in prestito dalla storica
Via milanese dove aveva sede l’etichetta. La canzone non ottenne
un successo eclatante anche perché la discografica, come ho già
ricordato, stava facendo le valige e, di conseguenza, fummo costretti
a farle anche noi.
Ci siamo persi di vista con Daniela, ma continuo a ricordare i pomeriggi
passati insieme a lavorare, quando qualche concetto mi veniva così
e così, perso com’ero nei suoi occhi da affogarci. Continuo a considerarla
– al di là del suo appeal – una delle più grandi cantanti italiane
e rimango della convinzione che, prima o poi, la sua voglia di cercarsi
dentro, migliorarsi e "cambiare pelle" sarà sicuramente
premiata.
Trascrivo due testi di Figli di chi: la
prima versione è quella cantata da Mietta, la seconda - più
ruvida - è stata interpretata da Nek, che è autore anche della musica.
Figli di chi
I figli noi dell'inquietudine
d'imbarazzanti perché
sfidiamo amori e solitudine
crediamo in Dio ma dov'è
Quei figli noi che si trasformano
distratti gli altri non si accorgono
certi che questa realtà non cambierà noi
Figli di che figli di chi
non massacrateci così
stesi sui muri tra i silenzi più duri
immaginiamo un futuro che faremo con voi
Figli di che figli di chi
nati da distrazioni sì
figli di chi vuole darci l’amore
di chi prova a capire e a sbagliare con noi
Così ci trovi in piedi nei fast food
o a fare a botte perché
corriamo dietro all’abitudine
quando la voglia non c’è
a far l’amore nelle macchine
con tutti i vetri che si appannano
non dipendere da me impegnami a vivere
Figli di che figli di chi
non massacrateci così
figli di insulti ci fingiamo più adulti
siamo a volte violenti per paura o chissà
Figli di che figli di chi
non tratteneteci così
abbiamo bisogno d’inventare di fare
scappare tornare
forse proprio da noi
Chi dice che siamo persi
che siamo noi diversi
ma il mondo è qui e si chiede perché
non può credere in me e fermarsi con me
Figli di che figli di chi
non massacrateci così
non dateci addosso dietro gli occhi sciupati
dai pensieri affollati c’è anche posto per voi
Figli di che figli di chi
nati da distrazioni sì
ma siamo noi quelli fatti così
ritrovati voluti sì ma figli di chi
… figli di chi vuole darci l’amore
di chi prova a capire e a sbagliare con noi
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
Figli di chi (by Nek)
I figli noi dell'inquietudine
d'imbarazzanti perché
noi carcerati in solitudine
cerchiamo Dio ma dov'è
I figli noi dei gas di scarico
e dei coltelli a serramanico
certi che questa realtà
non cambierà mai
Figli di che figli di chi
non massacrateci così
stesi sui muri tra i silenzi più duri
immaginiamo un domani che è passato oramai
Figli di che figli di chi
noi figli di un padre non più qui
figli dei muri dei silenzi più duri
ma il nostro futuro lo faremo da noi
Così ci trovi in piedi nei fast food
o a fare a corse per la via
a far l’amore nelle macchine
che le cartacce ci sommergono
una strada troverò
che è solo la mia
per vivere
Figli di che figli di chi
non derubateci così
figli di insulti ci fingiamo più adulti
siamo a volte violenti per paura o chissà
Figli di che figli di chi
nati da distrazioni si
noi figli di una sola spina dorsale
di un cambia canale
che non sceglie mai noi
Prima o poi ci arrivi
la rabbia fa cattivi
ma tu sei qui tu sei l’unica che
ti fermi con me che credi un po’ in me
Abbiamo bisogno di momenti felici
di star con gli amici
d’incontrarci tra noi
Figli di che figli di chi
noi figli di un padre non più qui…
|