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Inquadrai Paul Bradley Couling come fratello d'anima nel momento
in cui mi fece ascoltare un 33 giri, rarissimo, di Little Richard
- il suo idolo di sempre - che aveva acquistato in Inghilterra.
Mi confidò che tempo prima aveva rimandato la sua partenza da Las
Vegas per assistere ad uno show dove "The King of Rock & Roll" si
era esibito con minigonna e calze dorate di lamé: avrei voluto esserci,
cavolo! Mal è stato, all'epoca del beat, il mito ipnotico delle
ragazze in minigonna che prendevano d'assalto il Piper quando il
palco vibrava sotto le note della sua Yeeeeeeh. Nel periodo
che lo frequentavo, dormiva su una pedana di legno per contrastare
un ricorrente dolore alla schiena, residuo di una rovinosa caduta
dentro una buca mentre cercava di sottrarsi dall'abbraccio isterico
delle fan eccitate che, d'abitudine, gli strappavano di dosso brandelli
di vestiti per tenerseli come souvenir. In uno dei due album che
scrissi con lui ed Adelmo Musso, mi chiese di dargli una mano in
fase di registrazione della voce ed io accettai perché il mio chiodo
fisso era provare a fargli perdere quella particolare pronuncia
che limitava non poco le sue qualità artistiche.
"Senti Paul" gli chiesi prima di iniziare il turno. "Proviamo a
cantare con una dizione decente?"
"D'accordo" convenne.
Tentammo di incidere le prime due righe del brano, ma il suo italiano
continuava a muoversi per percorsi all'italiano sconosciuti. Dopo
quasi un'ora di sforzi inutili si tolse la cuffia e, snervato, andò
a sbattere la fronte contro il muro: "Bastaaa" urlò.
"Vai avanti come ti viene" mi arresi e lui cantò splendidamente,
fatto salvo l'accento sbilenco che ancora oggi lo perseguita.
Paul ha una delle voci più belle, estese ed espressive che io abbia
mai ascoltato quando canta in lingua madre, ma non era la sua immensa
vocalità la cosa che più gli invidiavo: mi assediava il constatare
il fascino che esercitava sulle donne. Eravamo a pranzo in un ristorante
nei pressi di Monte Sacro quando entrarono Neraneve ed i sette nani.
Una sfilza di bassotti di colore, carichi di anelli e catene d'oro,
seguivano una donna con la pelle d'ebano, flessuosa, scultorea.
Sedettero ad un tavolo vicino al nostro e lei si alzò quasi subito
per raggiungere il bagno situato dietro le spalle di Paul. Passando,
gli consegnò un biglietto con sopra appuntato il suo numero di telefono
e non so se fosse più sensuale la sua voce o lo sguardo nel momento
che gli disse: "Telefonami!"
Mal mise il biglietto in tasca come gli avessero appena fornito
i recapiti di un negozio di ferramenta e riprese a parlare con chi
non lo ascoltava più.
"La chiamerai?" gli chiesi.
"Di certo no."
"Passami il biglietto" replicai. "La contatto io."
Nonostante le mie insistenze, non volle darmi quel numero e così
Neraneve attraversò il mio rimescolamento per trasformarsi in un
miraggio improbabile ed arruffato.
Scrissi per lui, tra i tanti, un testo molto teatrale che non ebbe
mai modo di cantare.
Jekyll e Hyde
Cosa pretendi tu da me
pelle o transiti di idee
o coerenza nell'amare le tue
carisma, estasi pazzia
tagli da vigliaccheria
due nature che convivono in noi
Jekyll e Hyde… ma io sono Hyde
Di giorno è Jekyll che ti dà
garanzie e formalità
e il controllo delle cose che fai
la notte invece sai chi sei
brutto bello macho o gay
ed azzanni in gola il tempo che hai
Jekyll e Hyde genialità
rassegnazione ed aggressività
Jekyll e Hyde creatività
nel loro patto non c'è stabilità… io sono Hyde
La convivenza è geometria
l'inosservanza è fantasia
di certezze so già che morirei
ma più le braccia corte hai tu
più le tasche stanno giù
lo so che vorresti essere Hyde
Jekyll e Hyde genialità
svegliarmi vivo è già un'impresa per me
Jekyll e Hyde creatività
quando la notte mi nasconde da te… io sono Hyde… io sono Hyde
Se dormi nel mio letto
se mi stai spiando mentre cambio aspetto
se sulle mie labbra scende giù il sudore
sai che un uomo nasce mentre muore
Jekyll è Hyde Jekyll è Hyde
Cosa pretendi tu da me
delle mie notti che ne sai
ho nel petto le unghie di Mr. Hyde
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