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Immagino che, quando la levatrice di Zapponeta diede uno schiaffo
sul sedere al piccolo Michele, il primo urlo alla vita del neonato
Scommegna sembrò uscire da una caverna, tanto era profondo e roboante:
non ci voleva uno scienziato per capire che con quella voce era
destinato a fare sfracelli nel mondo della musica.
Mi sembra di vederlo, giovanissimo, nello scompartimento di seconda
classe di un treno che si arrampica per l'Italia e lo scarica nella
stazione frettolosa di Milano; lo osservo mentre, chiedendo la strada,
si incammina verso il centro in cerca della Galleria del Corso,
la cui grande pancia contiene le sedi delle più importanti case
discografiche italiane. Seguo il suo spezzarsi le gambe nel salire
e scendere diverse scale a stomaco vuoto o con le mani che profumano
di un panino con il salame che sa di speranze, delusioni e nostalgia
di sole.
Alla fine di tanto girovagare, e questa è storia, Nicola incontrò
Walter Gurtler - mio inaffidabile amico, padrone della Saar e di
un pezzo consistente della nostra musica di allora - che ebbe fiducia
in lui e prese in mano le redini della sua luminosa carriera. Di
Bari cadde, poi, nell'abbraccio sinuoso e rassicurante della Rca
ed inanellò negli anni '70 una serie interminabile di successi.
So che quando lo incontrai per la prima volta mi volevo inginocchiare,
perché mi sembrava un Santo.
"Se una canzone non mi scende nei coglioni, non la cando!" affermò
quando ci presentarono e Ti fa bella l'amore, il brano che
avevo scritto con Frescura, gli si posizionò, evidentemente, da
quelle parti perché ne fornì una versione da brivido.
"Quando una canzone mi scende nei coglioni, non ho paura né di Celendano
né di Frang Sinatra!" ribadì ascoltando la sua straordinaria interpretazione.
Paolo lo imitava benissimo e ci facevamo un mucchio di risate sia
per quel modo di dire le cose di Nicola che per il suo mescolare
il vernacolo pugliese con l'italiano. Non appena, però, liberava
la sua voce intensa, calda, modernissima, non c'era più niente da
ridere.
Quando familiarizzai con lui, aveva già inserito, senza che avessimo
avuto modo di incrociarci, in un suo album un mio testo che riporto
per due motivi: è il mio primo lavoro registrato su vinile ed è
la versione italiana di Banana boat, il successo mondiale
di Harry Belafonte.
Nel rileggerlo, altri meriti non posso concedergli se non quello
di riportarmi alle carezze ed alle ingenuità del mio antico scrivere.
Il ragazzo del sud
Un ragazzo che non ride più
(e' partito dal lontano sud)
una storia una canzone un cuore
(ha portato dal lontano sud)
Bussa alle porte chiedendo un po' d'amore
(sulle strade del selvaggio sud)
ho stretto i denti per non tornare indietro
(sulle strade del selvaggio sud)
Quante notti senza mai dormire
(e sognavo il mio lontano sud)
quanti accordi della mia chitarra
(per cantare il mio lontano sud)
Giorno per giorno giocai
(a testa o croce i miei domani e poi)
giorno per giorno ho cercato così
(nel silenzio la mia verità)
Quante notti senza mai dormire
(e sognavo il mio lontano sud)
quanti accordi della mia chitarra
(per cantare il mio lontano sud)
In questa rabbia che corre nel mio sangue
(c'e' l'amore del mio vecchio sud)
c'e' il ricordo di una notte tra gli aranci
(di una donna del mio vecchio sud)
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